Sì, dovremmo riflettere sui diritti e sui doveri di chi c’è già
Articolo di Anna Granata, pubblicato su -> avvenire.it
Una coda silenziosa si snoda davanti alla questura. Volti stanchi, sguardi pazienti. C’è chi ha lasciato il lavoro, chi ha saltato la scuola, chi ha portato con sé un figlio piccolo. Tutti in attesa di un foglio che permetta di restare, studiare, curare, lavorare. In quella coda c’è la vita di chi già appartiene a questo Paese ma deve ancora dimostrarlo ogni giorno. Il quinto quesito del referendum dell’8 e 9 giugno riguarda un aspetto fondamentale del nostro vivere civile: rendere più rapido l’accesso alla cittadinanza, dimezzando i tempi per chi vive stabilmente in Italia. Secondo la normativa attuale, i cittadini stranieri devono attendere dieci anni prima di poter fare richiesta della cittadinanza. Si tratta di una delle tempistiche più lunghe tra quelle previste dai Paesi europei, ulteriormente rallentata da un macchinoso apparato burocratico che di fatto porta i cittadini stranieri a ottenere la cittadinanza non prima di quindici anni di residenza in Italia. Ridurre i tempi per la richiesta da dieci a cinque anni significa alleggerire pratiche infinite, incerte e costose che di fatto precarizzano l’esistenza di circa cinque milioni di persone.
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