Esperienze di “natalità” passate e presenti nell’attraversamento dei confini
Articolo di Anna Granata e Paolo Monti, pubblicato su -> j-reading.org
Le recenti crisi in Europa e oltre hanno riacceso un dibattito di lunga data sullo status e sul trattamento dei rifugiati. Hannah Arendt ha notoriamente messo in discussione i limiti del discorso universalistico sui diritti umani, a partire dai diffusi fenomeni di apolidia e sfollamento emersi durante e dopo la Seconda guerra mondiale. In questo articolo analizziamo i recenti modelli di inclusione ed esclusione dei rifugiati in Italia attraverso la lente della narrazione e della teoria arendtiana. Consideriamo tre casi di interazione tra famiglie, scuole e altre istituzioni pubbliche alla luce del mutamento del quadro normativo prima e durante la guerra in Ucraina.
Da questa analisi emergono due principali considerazioni. Dal punto di vista pedagogico, le pratiche educative più promettenti con i rifugiati sono quelle centrate sul rendere possibile la loro agency — cioè la capacità di agire — e le corrispondenti esperienze di “natalità”. Dal punto di vista etico-politico, queste pratiche mettono in evidenza una tensione latente tra la portata universalistica dei diritti umani sanciti nelle dichiarazioni internazionali e la loro dipendenza strutturale dalle norme e dalle procedure particolari adottate dagli Stati nazionali.
La comprensione e l’insegnamento dei diritti umani all’interno delle nostre comunità politiche sono inseparabili dalle pratiche che coinvolgono i rifugiati. In questo senso, le nostre pratiche di inclusione ed esclusione influenzano sia la comprensione dei confini nazionali come barriera o soglia verso altre comunità politiche, sia l’interpretazione dei nostri stessi principi etico-politici.
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